Il pedale di Chopin

Immagine di ChopinEntro il mese di Agosto su PIANOSFERA.COM sarà disponibile “Il Pedale di Chopin”, un approfondito saggio inedito, scritto da Francesco Giammarco, sulla storia e l’estetica del pedale di risonanza nella musica pianistica di Fryderyk Chopin.

Il lavoro parte dalla constatazione di un evidente paradosso interpretativo.

L’opera di Chopin è senza alcun dubbio quella che porta la pedalizzazione più completa e coerente di tutto il grande repertorio pianistico, nonostante ciò le sue indicazioni di pedale vengono tradizionalmente modificate, sia nei particolari che in buona parte della loro essenza stilistica. Naturalmente, l’attitudine interpretativa a considerarsi sostanzialmente liberi di non applicare alla lettera le indicazioni di pedale originali, non vale solo per il compositore polacco. Ma la consuetudine di “migliorare” costantemente, tra tutti i pedali originali, proprio quelli di Chopin – assieme a Liszt il compositore-pianista per antonomasia – è un fenomeno sul quale vale la pena riflettere.

Gli argomenti che vengono messi in campo per giustificare una applicazione elastica o traslata delle indicazioni di pedale nelle partiture del primo Ottocento sono principalmente tre: l’approssimazione del segno, la diversità degli strumenti e la maggiore ampiezza delle sale moderne. Quest’ultima questione, che riguarda più in genere la misura in cui un musicista adatta il suo modo di suonare all’acustica dell’ambiente, appare sostanzialmente un falso problema: prendere atto di come il progressivo ampliamento delle sale da concerto abbia influenzato l’evoluzione dello stile di esecuzione può essere molto istruttivo, ma non toglie né aggiunge nulla alla ricerca di una verità stilistica. Gli altri due argomenti riguardano più da vicino gli aspetti storici del tema, ma anch’essi, se applicati alla musica di Chopin, reggono con molta difficoltà. Il suo pianoforte non era uno Steinway modello D, ma era pur sempre uno strumento da concerto di una discreta potenza, il cui pedale sosteneva e smorzava il suono in modo leggermente meno netto, ma sostanzialmente uguale a quello moderno. Riguardo poi alla presunta approssimazione dei segni, il cui grado di affidabilità costituisce un aspetto del problema con cui ci confronteremo costantemente, è quasi superfluo dover ricordare che Chopin era un pianista professionista, nonché un didatta accuratissimo e molto pratico. È dunque assai difficile poter presumere che i suoi pedali siano frutto di inesperienza o idealismo astratto. Anche un’eventuale trascuratezza o superficialità di scrittura è da escludere. Ritratto-di-chopinL’abitudine di Chopin, facilmente riscontrabile nei manoscritti, di segnare il pedale contestualmente alla composizione del brano, e non successivamente, è una prova evidente di quanto egli considerasse la sua indicazione parte integrante della stesura di ciò che il suo orecchio gli dettava. Per finire, ma è concretamente la cosa più importante, Chopin era un compositore famoso, con il pieno controllo di tutto il processo che portava alla stampa della sua musica, dalla preparazione della copia per l’editore alla correzione delle bozze, e ci sono rimaste testimonianze inequivocabili che proprio i segni di pedale siano stati l’oggetto di ripensamenti e di un accurato controllo finale. È dunque rarissimo trovare pedali di Chopin che si possano giudicare errati, generici, lacunosi o parziali. I problemi di discordanza tra le varie prime edizioni certamente esistono, così come le incongruenze, le dimenticanze o gli errori, ma nella misura appunto di casuali refusi o di inevitabili inesattezze in un tipo di annotazione (Ped. à) graficamente non molto duttile.

Nonostante ciò, i pedali indicati da Chopin vengano costantemente sottovalutati e fraintesi e la tendenza ad riadattarli alla sensibilità moderna è saldamente consolidata dalla tradizione. Eppure, a un esame attento e privo di pregiudizi, l’insieme dei pedali chopiniani non ha nulla di incomprensibile o enigmatico, ma comunica molto semplicemente una tecnica di pedalizzazione diversa, non solo da quella moderna, ma anche da quella tardo ottocentesca.

Lo studio di Francesco Giammarco si apre ricostruendo la storia del pedale di risonanza fino a Chopin, e cercando di inquadrare le principali differenze tra l’uso moderno e la mentalità con cui esso veniva considerato dai pianisti della prima metà dell’Ottocento. Dopo questa introduzione storica, il libro entra nel vivo dell’argomento, esaminando in quattro capitoli gli aspetti fondamentali del problema: il pedale in relazione al basso, il pedale in relazione all’articolazione, il problema del non pedale, il problema del pedale sincopato. Il lavoro si avvale dell’ausilio di oltre 60 esempi musicali, tratti dalle prime edizioni e dalle principali revisioni critiche novecentesche.

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